La Generazione Z è cresciuta nel mondo digitale.
Conosce bene gli strumenti, si muove con agilità tra app e piattaforme, produce e consuma contenuti in quantità straordinarie.
Eppure, paradossalmente, questo non significa che sia pienamente alfabetizzata a livello digitale.
Perché navigare non è capire.
E perché condividere non è riflettere.
In un contesto in cui la disinformazione corre veloce, e le fake news riescono a sembrare vere con fin troppa facilità, la scuola ha un compito urgente: educare al pensiero critico, alla verifica, al dubbio costruttivo.
Ma non è un compito che può portare avanti da sola.
Anche chi comunica dentro la scuola – brand, enti, istituzioni – deve fare la sua parte, producendo messaggi responsabili e coerenti con la funzione educativa dell’ambiente scolastico.
Il fenomeno delle fake news tra gli adolescenti
Diversi studi hanno mostrato come gli adolescenti siano spesso vulnerabili alla disinformazione.
Una ricerca dell’OECD (2020) ha rilevato che meno di un ragazzo su dieci è in grado di valutare correttamente la credibilità di una fonte online.
Secondo l’Osservatorio Giovani dell’Università di Napoli, il 65% dei ragazzi delle superiori non distingue una notizia giornalistica da un contenuto sponsorizzato, se la veste grafica è simile.
In altre parole: hanno accesso a tutto, ma non sempre gli strumenti per filtrare.
E questo è un terreno fertile per notizie false, titoli sensazionalistici, distorsioni emotive e manipolazioni.
L’educazione digitale come nuova alfabetizzazione di base
Oggi non basta insegnare a leggere, scrivere e far di conto.
Occorre anche insegnare a navigare, selezionare e verificare.
Questa è l’alfabetizzazione digitale, che va oltre la competenza tecnica (saper usare un dispositivo) e abbraccia la consapevolezza critica.
Farne parte dell’esperienza scolastica significa:
- Allenare gli studenti al confronto tra fonti
- Insegnare a riconoscere bias, meccanismi di clickbait, logiche virali
- Dare valore all’autorevolezza, all’argomentazione, all’etica dell’informazione
Non è semplice, ma è possibile. E molti istituti lo stanno già facendo, con laboratori, progetti PCTO, incontri con esperti, corsi di educazione civica digitale.
Dove entra in gioco la comunicazione responsabile
In questo scenario, il ruolo di chi comunica dentro o vicino alla scuola è cruciale.
Un brand o un ente che si propone con contenuti deboli, disinformati, ambigui o sensazionalistici mina il lavoro educativo dell’istituto.
Al contrario, chi costruisce messaggi chiari, ben documentati, coerenti, offre un’opportunità didattica indiretta.
È un alleato silenzioso dell’alfabetizzazione digitale.
Esempi virtuosi:
- Università che affiggono locandine con QR code collegati a micro-corsi di orientamento certificati
- Enti culturali che propongono contest con fonti da analizzare, premendo sull’importanza della verifica
- Istituzioni che comunicano dati e fatti citando chiaramente le fonti, con linguaggio semplice ma rigoroso
Come valutare se una campagna è “educativa-friendly”
Non tutti i contenuti sono adatti alla scuola, anche se legalmente leciti.
Ecco alcune domande che ogni dirigente scolastico o comunicatore dovrebbe porsi prima di veicolare un messaggio:
- È chiaro chi ha prodotto il contenuto?
- Il tono è informativo o promozionale travestito da informazione?
- Contiene dati? Sono verificabili? Cita fonti attendibili?
- Offre strumenti o stimoli per riflettere, oppure cerca solo consenso rapido?
- Può essere utile per un insegnante o uno studente come spunto di approfondimento?
Se si risponde sì alla maggior parte di queste domande, siamo sulla strada giusta.
Partnership educative: quando scuola e brand costruiscono insieme
Alcuni dei progetti più interessanti degli ultimi anni sono nati dalla collaborazione tra scuole e realtà esterne, in un’ottica non invasiva ma progettuale.
Esempi:
- Workshop co-progettati tra aziende editoriali e insegnanti di lettere su “Come nasce una fake news”
- Affissioni temporanee seguite da momenti di confronto in aula, con testimonial ed esperti
- Piccoli podcast scolastici nati da campagne informative veicolate nella bacheca
La chiave è una sola: trasparenza e coerenza con il patto formativo.
Conclusione
Contrastare la disinformazione non è solo un problema di social network o di algoritmi.
È un compito formativo che riguarda tutti: scuola, famiglie, istituzioni e, sì, anche chi fa comunicazione.
Chi entra nella scuola con un messaggio deve sapere che entra in un luogo dove si forma il pensiero critico.
E quindi ha una responsabilità maggiore.
Se accettiamo questa responsabilità, possiamo trasformare ogni campagna in un’occasione per accendere una domanda, non solo vendere un’idea.
Perché in una scuola, prima ancora di convincere, bisogna educare.
E questo, oggi più che mai, è il miglior messaggio possibile.









